L’ultimo capitolo

Quest’anno il 2 aprile mi vestirò di blu. Mi vestirò di blu e mi taglierò a pezzi. Mi taglierò a pezzi e prenderò dei pezzi e li butterò via. Li butterò via per essere incompleto.
Sarò speciale, intelligente, molto intelligente, dondolerò, molto, davvero molto e poi avrò comportamenti problema. Allineerò qualsiasi oggetto che capiterà a portata di mano, mollette, bicchieri, tazze, macchine, navi, grattacieli, utopie e mucche.
Sarò muto, grave e al tempo stesso lieve, un masso volante che non parla. Non parla ma capisce, capisce molto più di quello che credete. Credete che non vi ascolti quando parlate di me, mi dite “poverino”, quando parlate di tragedia, di una vita che non potrò vivere, negandomela in quel preciso momento, facendola sparire, volatilizzare.
Lieve e grave, diade di un continuum immaginifico creatore di stereotipi, impagliatore di euristiche, adoratore di bias. Lieve e grave, lieve e greve.
Lieve come il mantello da supereroe che mi dona superpoteri per superare l’abilismo. Se li possiedo possono pensare che io possa essere utile e allora gli conviene. Superpoteri che mi permettono di includermi laddove altri resteranno esclusi, perché non utili, non produttivi, perché il loro non è un diverso sistema operativo ma un Commodore 64 e allora serve solo a fare esposizione il 2 aprile.
Io programmo, dettaglio e programmo. Tutti quelli come me dettagliano e programmano. Amiamo le cose sempre uguali, i lavori noiosi, quelli dove non si capisce perché devi essere intelligente. Cose sempre uguali, immutabili.
Siamo malati di socialità, ma non nel senso che siamo sociali, no, nel senso che abbiamo una malattia della socialità e va curata. Tutti si stanno prodigando per cercare la cura, che care persone, sono intenti a spendere miliardi di euro, dollari, yen in ricerche. Stanno cercando dove abbiamo dimenticato la socialità, oppure lo sguardo, da qualche parte dovranno pur essere. E allora ricerca, ricerca. Ogni tanto vado anche a guardare nelle tasche dei vecchi pantaloni che non metto più, sia mai…
Malati di socialità, mancanti, vacanti di sguardi, lievi e gravi, dondolanti, sommatoria di deficienze ma anche supereroi con superpoteri, ma non tutti, devi averci il casato per esserlo, altrimenti ciccia.
Alieni, supereroi alieni, arrivati da chissà dove chissà perché e chi me lo ha fatto fare di venire fino a qui con quel che costa l’uranio!
Ma non è così. Siamo terrestri, qui siamo nati, questo è il nostro pianeta, questa la nostra società. Nostra! Ci appartiene tanto quanto appartiene a chiunque altro. Non dobbiamo chiedere a nessuno di essere inclusi, non dobbiamo chiedere il permesso di entrare perché è casa nostra e qui ci accomoderemo, volente o nolente, dondolando.

Asp(i)ettativa

Ci sono ricascato! Sto utilizzando il termine (a me odioso) Aspie, ma il gioco di parole era troppo succulento. Amen! L’immenso Autie, nella sua bontà, saprà perdonarmi!

Dopo un incipit demenziale, passiamo al tema del post: ambiente di lavoro e autismo, o meglio e autistici. Tema caldo sul quale tutti si lanciano e che fa figo, molto “inclusion”, “diversity management” e “vantaggio competitivo”. Segnalo l’articolo di Fabrizio Acanfora che tratta questo tema.

Ma ritorniamo a me. Da ieri sono in ferie che detta così, non pare una grande notizia. In effetti non lo è. Il motivo per cui da ieri sono in ferie è perché non sarei riuscito ad “arrivare vivo” al primo Marzo, quando inizierà la mia aspettativa, di due mesi, non retribuita; il che significa che per due mesi niente stipendio, tickets, TFR, non maturerò pensione, anzianità, ferie e permessi etc etc. Non c’era altra possibilità che questa per riuscire ad evitare un pesantissimo burnout autistico a causa di una situazione lavorativa insostenibile.

Purtroppo, nonostante le chiacchiere che tutte le aziende fanno, la situazione in Italia è disastrosa! Le aziende non sono in grado di andare incontro alle esigenze dei dipendenti autistici (a volte non vogliono proprio) e credono che in cambio di un posto di lavoro, l’autistico dovrà fare almeno uno sforzo di adattamento. Quindi torniamo all’integrazione invece che all’inclusione anche se le aziende la spacciano per quest’ultima.

L’azienda per la quale lavoro, rientra nel modello medio dell’azienda italiana, molto marketing interno (io amo chiamarla propaganda), tanti buoni propositi che però restano sulla carta. Focalizzandoci sul tema “autismo”, possiamo dire che non è attrezzata, non lo è né per quel che riguarda l’infrastruttura degli uffici ma, soprattutto, non lo è culturalmente.

Da mesi, Settembre per la precisione, sto portando avanti delle istanze per far comprendere loro la differenza tra persona tipica e persona autistica, tra “fastidio per i rumori” e ipersensibilità e sovraccarico sensoriale, tra un medico del lavoro a caso e uno che sia formato sull’autismo, tra un HR vecchio stampo e un HR che abbia nel suo DNA il concetto di “diversity management”. Ma non c’è nulla da fare. Nonostante il mio impegno, la proposta di  far venire lì una dei massimi esperti di autismo in Italia a tener loro una giornata di formazione”, un libro, regalato al responsabile HR, sull’autismo, mail con link che spiegano, anche con video di pochi minuti, la differenza tra fastidio e sovraccarico sensoriale, mi trovo a vivere l’invivibile.

Fino a prima delle ferie della scorsa estate, la mia postazione di lavoro era collocata in un ufficio, piccolo, con due scrivanie, che condividevo con una consulente. L’ufficio era collocato in un’area abbastanza tranquilla e in caso di necessità, degli auricolari o una cuffia risolvevano i problemi del troppo rumore.

L’azienda decide di rifare gli uffici e, con uno slancio verso la modernità (sic!), struttura tutto a openspace! Si esatto! La soluzione ideale per un autistico, e, in effetti, la soluzione ideale per nessuno; sono ormai almeno tre o quattro anni che girano articoli in cui viene smontata la retorica dell’openspace come luogo di creatività, aumento della produttività, di coesione, team building e pippe varie. Tutto falso! Anzi, è esattamente il contrario, l’openspace riduce produttività, aumenta lo stress, peggiora i rapporti tra colleghi e via elencando difetti. Ma loro sono avanti! Probabilmente in attesa che l’openspace torni di moda, un po’ come i pantaloni a zampa di elefante che ogni decennio tornano trendy.

Qui al mio rientro dalle ferie… ah no! Aspetta, in effetti le ferie non le ho fatte, ho preferito avere un’infarto, m’è costato meno e il periodo di “ferie” è stato decisamente più lungo.

Quindi, al mio rientro dall’infarto, mi sono trovato con una nuova postazione assegnata, collocata in un “ufficio” a cui manca una parete, nel quale ci sono quattro postazioni (per ora solo due occupate) e con vista su: openspace da una cinquantina di persone, tre sale riunione con video conferenza, corridoio di passaggio per accedere all’openspace e le sale riunioni.

La mia giornata è colorata da colleghi IT che telefonano dall’ufficio (sic!) accanto per dare supporto tecnico, personale esterno che va e viene dalle sale riunioni e che sosta facendo capannello, colleghi che pensano sia fighissimo fare le telefonate accanto alle postazioni degli altri colleghi invece che col culo poggiato sulla loro sedia. Pare che la zona della “mia” postazione abbia 5 stelle in tutte le recensioni su Telefonadvisor.

Fortunatamente mi hanno regalato delle cuffie con soppressione attiva del rumore, modello a padiglione  e di ottima marca. Quindi problema risolto! Manco per il etc! Anche con cuffie, soppressione attivata e musica, sento comunque il vociare ed altri rumori.

Visto che, come spiegato più su, l’Ufficio del Personale è refrattario a prendere in considerazione che i miei problemi sensoriali sono reali e non sono un vezzo, che il livello di stress è sulla soglia del burnout, che mi è stato diagnosticato un ”Disturbo dell’adattamento con disturbo misto di emotività e condotta” con conseguenti stati ansiosi e depressivi, perdita di sonno, peso etc, l’unica soluzione che ho trovato percorribile è stata quella di richiedere due mesi di aspettativa non retribuita.

In questi due mesi vorrei trovare il tempo anche per rimettermi in forma, così il prossimo che scrive un articolo su quanto è figo assumere autistici e quanto le aziende ne siano fiere e che se non lo fai sei out, lo vado a prendere e lo porto per un orecchio a fare il giro della realtà delle aziende italiane, finché l’orecchio regge.

P.S.: L’azienda nella quale sono collocato, quest’anno si è vista assegnare la certificazione da un ente privato, data a quelle aziende che sono “esempi di eccellenze HR per le condizioni di lavoro dei loro dipendenti”. Che dire…