Aspieday!

Con grande gioia di zio Hans, noto collaborazionista nazista, per un giorno torno ad essere Asperger.

Lo so che questo lascerà di stucco molti, ma oggi è la giornata mondiale della sindrome di Asperger e, come al solito, sul web e sui media in generale, si leggeranno sempre le solite noiosissime cose tratte dal famosissimo “Compendio di cultura autistica” che è il DSM 5. 

Ogni volta che verrà scritto “difficoltà nella comunicazione sociale e nell’interazione”, un Asperger diventerà affetto da sindrome di Asperger, si ammalerà, sarà curabile e un trapiantatore di feci gioirà felice.

Diciamoci la verità, noi Asperger, Sì sì l’avete letto correttamente ho scritto noi Asperger, abbiamo problemi di interazione sociale abbiamo problemi di comunicazione sociale? No, non l’abbiamo. Sarebbe come dire che i cinesi hanno problemi comportamentali a tavola e che non sanno utilizzare i giusti strumenti per mangiare. Affermarlo è l’equivalente del dire che gli Asperger hanno problemi nella comunicazione e nell’interazione sociale. I Cinesi trovano normale ruttare a tavola, non utilizzano i tovaglioli, le loro posate sono le bacchette e un cucchiaio di ceramica per le zuppe, ma per loro tutto questo è la norma, non è una incapacità, un difetto, una sindrome quindi non si tratta di un problema, di non saper mangiare, di non saper stare a tavola, ma è solo un modo differente. Quindi gli Asperger hanno una differente comunicazione e interazione sociale, quindi non carente. Ok, e i problemi di cui tutti parlano tanto? I problemi nascono dal fatto che gli Aspie si devono relazionare con persone, tante persone, la maggioranza delle persone, che invece hanno una comunicazione e un’interazione sociale diversa dalla loro, ma che essendo maggioranza, viene considerata giusta.

Come risolviamo il problema? Terapie su terapie per gli Aspie? Col cazzo!
Aspieterapie per tutti i neurotipici. Perché la comunicazione è sempre bidirezionale e quindi gli Aspie hanno da imparare i costumi dei neurotipici, ma i neurotipici hanno da imparare i costumi degli Aspie. 

Lo stesso concetto lo si applica a:

  • Interessi speciali

Tipo collezionare figurine, o dedicarsi al giardinaggio o all’orto, interessarsi di astronomia etc… Su, dai! Nessun NT che ha questi hobbies? Ah ecco! Se sei NT sono hobbies, se sei Aspie sono interessi assorbenti! Sticazzi.

  • Mancanza di empatia / ToM

Ogni volta che viene menzionata la mancanza di empatia, migliaia di beppegrilli fanno la òla. 

E per la ToM vale quello che si è detto per la comunicazione, è differente, né mancante né difettata. 

  • Componenti ripetitivi e stereotipati 

È vero, questo devo ammettere che è così. Ho fatto uno studio approfondito ed effettivamente gli Aspie hanno routines come non ci fosse un domani. Tutte le mattine al lavoro, caffettino al bar, alle 13 pranzo, alle 18 tutti in coda in macchina per andare a casa, poi cena e TV oppure apericena e Netflix, dipende dall’età. Il sabato spesa! IKEA almeno una volta al mese, cinemino, cena con amici/consorti/fidanzat*… 

Oh! Sono milioni questi! Come? Ah si? Cioè tutta sta gente che ho passato anni a studiare, facendomi due palle tanto, sono per la maggior parte neurotipici? 

Non ho parole. 

Per chiudere il post, vi rivelo un segreto da Aspie ad Aspie, ma anche da Aspie a neurotipico… insomma, vi rivelo un segreto. 

Essere Asperger (essere che non è avere la sindrome) significa essere delle persone. 

Sì, giuro. Delle persone che hanno alcune diversità diverse dalle diversità che di solito hanno le persone tra loro. 

Avere delle diversità è cosa buona e giusta. Se in natura non ci fossero espressioni genetiche differenziate, mangeremmo solo cavoletti di Bruxelles e pollo! Vi piacerebbe? 

L’autismo (Asperger è un nome dato all’autismo che non ha altre condizioni concorrenti, tipo la disabilità intellettiva) è una neurodiversità, lo è tanto quanto la neurotipicità. In effetti la neurotipicità è solo una parte della neurodiversità. 

L’autismo è un oggetto culturale, non medico. 

Non lo si risolverà mai con terapie. 

Dedalo e Icaro, una recensione

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Lo spettacolo, in scena al teatro Elfo Puccini fino al 3 febbraio 2019, parla di autismo dal punto di vista del vissuto dei componenti di una famiglia, di persone neurotipiche, con un figlio autistico (con disabilità intellettiva e non verbale). Il ragazzo autistico, che potrebbe sembrare il personaggio principale, rappresenta in realtà un espediente narrativo per raccontare il tormento delle persone che ruotano attorno a lui e che hanno dovuto, non scegliendolo, far diventare l’autismo il fulcro delle loro esistenze. Sul palcoscenico, viene messa in scena la decomposizione della famiglia attraverso lo sgretolamento delle coscienze dei personaggi: vengono richiamati il mito dei changelling, i bambini sostituiti con altri esseri, da elfi e gnomi e quello dei figli della luna, a sottolineare come un figlio autistico “grave” (mi si perdoni l’uso di questo termine) sia talmente incomprensibile dal voler credere che non sia il figlio che si è generato ma qualcosa che lo ha sostituito; l’incomprensione del linguaggio medico, con tutte le sue spiegazioni tecniche su cos’è l’autismo; le aspettative, deluse, sul ritorno ad una attesa normalità; il ricorso alle terapie, qualsiasi terapia incluso “l’addestramento” (per me il richiamo ad ABA è stato immediato) con il relativo impegno di tempo, risorse finanziare ed energie personali; l’esclusione dalla famiglia dal tessuto delle relazioni sociali; il trasformare l’autismo, e quindi il figlio autistico, in un buco nero supermassiccio che, al centro della galassia famiglia, risucchia tutto e tutti, sgretolando anche le coscienze.

Non c’è finale salvifico in questa messa in scena, c’è un centellinare abbandoni, capitolazioni contorsioni su se stessi nel, forse vano, tentativo di recuperare la propria identità e esclusione dal mondo del figlio autistico.I toni da tragedia sono molto marcati, dire volutamente marcati, ma io credo che questo spettacolo non racconti unicamente le difficoltà di chi si trova a dover far ruotare la propria esistenza attorno ad un figlio autistico “grave” (nuovamente scusa), credo che vengano messi in luce difficoltà che incontrano molte persone che sono in relazione con persone nello spettro, qualsiasi sia la sfumatura dell’autismo. La difficoltà di comprensione dell’autismo e della persona autistica, le attese deluse, la paura per il futuro, del “dopo di noi”, l’esclusione, lo stigma sociale. Tutte cose che vengono vissute da qualsiasi famiglia “autistica”, in maniera diversa ma non meno intensa.Dalle recensioni che ho letto e da alcuni discorsi ascoltati, credo di esprimere una lettura diversa di quello che è passato sul palcoscenico, non è la storia di un autistico, non è la storia di un autistico “grave”, e la storia di chi si trova a vivere la propria vita accanto ad un autistico e di come la società non riesca a guardare l’autismo negli occhi, anche se pare un paradosso.


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