Dedalo e Icaro, una recensione

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Lo spettacolo, in scena al teatro Elfo Puccini fino al 3 febbraio 2019, parla di autismo dal punto di vista del vissuto dei componenti di una famiglia, di persone neurotipiche, con un figlio autistico (con disabilità intellettiva e non verbale). Il ragazzo autistico, che potrebbe sembrare il personaggio principale, rappresenta in realtà un espediente narrativo per raccontare il tormento delle persone che ruotano attorno a lui e che hanno dovuto, non scegliendolo, far diventare l’autismo il fulcro delle loro esistenze. Sul palcoscenico, viene messa in scena la decomposizione della famiglia attraverso lo sgretolamento delle coscienze dei personaggi: vengono richiamati il mito dei changelling, i bambini sostituiti con altri esseri, da elfi e gnomi e quello dei figli della luna, a sottolineare come un figlio autistico “grave” (mi si perdoni l’uso di questo termine) sia talmente incomprensibile dal voler credere che non sia il figlio che si è generato ma qualcosa che lo ha sostituito; l’incomprensione del linguaggio medico, con tutte le sue spiegazioni tecniche su cos’è l’autismo; le aspettative, deluse, sul ritorno ad una attesa normalità; il ricorso alle terapie, qualsiasi terapia incluso “l’addestramento” (per me il richiamo ad ABA è stato immediato) con il relativo impegno di tempo, risorse finanziare ed energie personali; l’esclusione dalla famiglia dal tessuto delle relazioni sociali; il trasformare l’autismo, e quindi il figlio autistico, in un buco nero supermassiccio che, al centro della galassia famiglia, risucchia tutto e tutti, sgretolando anche le coscienze.

Non c’è finale salvifico in questa messa in scena, c’è un centellinare abbandoni, capitolazioni contorsioni su se stessi nel, forse vano, tentativo di recuperare la propria identità e esclusione dal mondo del figlio autistico.I toni da tragedia sono molto marcati, dire volutamente marcati, ma io credo che questo spettacolo non racconti unicamente le difficoltà di chi si trova a dover far ruotare la propria esistenza attorno ad un figlio autistico “grave” (nuovamente scusa), credo che vengano messi in luce difficoltà che incontrano molte persone che sono in relazione con persone nello spettro, qualsiasi sia la sfumatura dell’autismo. La difficoltà di comprensione dell’autismo e della persona autistica, le attese deluse, la paura per il futuro, del “dopo di noi”, l’esclusione, lo stigma sociale. Tutte cose che vengono vissute da qualsiasi famiglia “autistica”, in maniera diversa ma non meno intensa.Dalle recensioni che ho letto e da alcuni discorsi ascoltati, credo di esprimere una lettura diversa di quello che è passato sul palcoscenico, non è la storia di un autistico, non è la storia di un autistico “grave”, e la storia di chi si trova a vivere la propria vita accanto ad un autistico e di come la società non riesca a guardare l’autismo negli occhi, anche se pare un paradosso.


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